Arruffapopoli
ar-ruf-fa-pò-po-li
significato
Sobillatore con secondi fini
etimologia
voce coniata da Giuseppe Giusti forse nel 1848, composto di arruffare (che è dal longobardo ricostruito raffen ‘strappare’) e popolo.
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Una parola può essere ricercata senza essere dotta in maniera inaccessibile. Qui siamo davanti a un termine di questo tipo, che coglie una figura eterna esaltandone profili specifici in maniera brillante.
L’idea poetica che costituisce l’arruffapopoli è mirabile, e non ci stupisce scoprirla parola d’autore, coniata da Giuseppe Giusti a metà Ottocento. Se chiediamo ai dizionari, l’arruffapopoli (o arruffapopolo) è un sobillatore, qualcuno che incita la gente alla rivolta — specie con secondi fini. Ma per evitare di appiattirlo, è bello vedere che cosa ne diceva il Giusti descrivendolo.
Questa parola ha il vantaggio elevato di essere precisa e immediatamente evocativa. Anche chi non l’ha mai sentita prima è subito in grado di apprezzarla, senza spiegazioni. L’arruffapopoli è un mestatore inserito in una dimensione politica: prospera nel disordine che coltiva in maniera diabolica, senza costruire nulla.
Parleremo dell’arruffapopoli che salta di qua e di là dalla barricata spargendo torti e dubbi incompatibili per indebolire tutte le posizioni tranne la sua; al dibattito l’arruffapopoli risponde alle domande in maniera inconseguente, caotica e incendiaria; e da arruffapopoli ci si guadagna una notorietà che permetterà un lauto raccolto.
Una figura ricca, sfaccettata e senza tempo, che si può riconoscere in ogni frangente storico — e che anzi è importante saper riconoscere per guardarsene.