Barrique
Le parole del vinobarrìc
significato
Botte, solitamente di rovere, da 200-250 litri, usata per la maturazione del vino
etimologia
voce francese di provenienza meridionale ed etimologia dibattuta.
«Questo vino ha fatto un passaggio di tre mesi in barrique.»
Parola pubblicata il 15 novembre 2024
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Non è detto che le parole che ci arrivano con un portamento aristocratico appartengano a casate lessicali note e di lungo lignaggio. Ma non è mai troppo tardi per cucirsi un blasone.
La barrique è un tipo di botte che si è guadagnata un certo prestigio e ha iniziato ad abitare la lingua italiana in ambito enologico e commerciale — anche con degli adattamenti: quando un vino ci viene presentato come ‘barriccato’ o ‘barricato’ questa ha tutta l’aria di essere un’informazione di gran rilievo. E però ‘barrique’ ha un’origine in parte misteriosa.
Sappiamo in che zona salta fuori e quando.
Siamo nel sud della Francia, in un bacino lessicale che non è quello del francese propriamente detto — ricordiamo che quello che chiamiamo ‘francese’ è solo una delle lingue della Francia. Per decenni dopo che questa parola inizia ad essere attestata, e siamo solo nella seconda metà del Quattrocento, è percepita come parola aquitana, e l’Aquitania, ricordiamolo, è una regione storica che si colloca nell’angolo sud-occidentale della Francia, fra Pirenei e Atlantico. Dove, non a caso, c’è la regione di Bordeaux, tremendamente vocata alla viticoltura. In realtà antecedenti di questo ‘barrique’ paiono diffusi in tutta l’area occitano-romanza, cioè di quelle lingue figlie del latino parlate nell’area ad L fra Valencia, Bordeaux e le Alpi.
C’è chi avanza (ed è l’opinione maggioritaria) che si tratti di un tipo gallo-romanzo, e che sia un nome collegato ancestralmente alla barra e al barile, con contiguità di significato evidenti. C’è chi sostiene un’origine germanica, e quindi sia da collegare alla bara — che all’inizio era una portantina, con un accento quindi sulla vocazione della barrique al trasporto. Ad ogni modo, è un termine che si trova geograficamente in un luogo le cui usanze detteranno molto — pensiamo che l’immagine che ci viene in mente pensando alla bottiglia di vetro è quella della bottiglia bordolese, cioè di Bordeaux.
Non siamo davanti a una botte di grandi dimensioni: la barrique è una botte da 200-250 litri, nella maggioranza dei casi proprio da 225, alta poco meno di un metro e con un diametro di una settantina di centimetri nel punto più panciuto. Di solito è fatta di rovere pregiato, e questa dimensione contenuta è rilevante: infatti, garantisce una forte interazione fra il vino contenuto e il legno del contenitore.
Botti più grandi, che arrivano a contenere il doppio del vino (come la tonneau) o anche di più, hanno proporzionalmente una superficie di legno inferiore a contatto col liquido. Questo significa che il vino nella barrique è spinto al cambiamento, per quanto sia un cambiamento che raffina: evolve rapidamente, prende molto e cambia in tempi relativamente brevi. Sentori netti di vaniglia, di cacao e di certe spezie sono maturati proprio in questo contatto; i tannini si arricchiscono e levigano in fretta, anche grazie a una maggiore micro-ossigenazione. D’altro canto è una trasformazione marcata, con esiti ben riconoscibili, che solo i vini più strutturati possono sopportare senza vedere i propri aromi schiacciati e appiattiti. Insomma, se un vino ha fatto un passaggio in barrique, si sente.
Così il nome ancestrale di una botte non grande entra nel circolo del gergo internazionale — e da noi si esprime raccontando qualcosa di rilevante con qualche ambiguità (un vino barricato? convinciamolo ad aprirsi).