Eufemismo
eu-fe-mì-smo
Significato Figura retorica che consiste nel sostituire un’espressione propria con una attenuata, per addolcirla o mascherarla; parola o locuzione che addolcisce un concetto brutto o sgradevole
Etimologia voce dotta recuperata dal greco euphēmismós, da euphēmízesthai ‘usare parole buone, di buon auspicio’, derivato di phēmí ‘dire’ col prefisso eu- ‘bene’.
- «È un eufemismo per dire che ti odia.»
Parola pubblicata il 14 Ottobre 2026 • di Giorgio Moretti
Una parola centrale: anche se ha un'apparenza dotta, il suo concetto ha l'accessibile semplicità di quelli ineludibili a qualunque livello (nel discorso più basso come in quello più alto l'eufemismo accorre puntuale).
Forse la cosa più interessante da considerare non è il concetto in sé — che adesso comunque visitiamo —, ma l'uso diretto della parola eufemismo.
Il concetto ha una matrice greca, da euphēmismós; questo deriva dal verbo euphēmízesthai, che significa dire bene, non nel senso di 'dire in maniera appropriata', ma nel senso di usare parole buone, dire così da lodare, o in maniera che ciò che è detto sia serenamente accettabile. Culture più superstiziose hanno prestato una profonda attenzione agli effetti pratici e magici dell'eufemismo.
È il caso famoso delle Eumenidi, che sono le Erinni, tremende incarnazioni della vendetta, che però finiscono per essere chiamate appunto Eumenidi, 'le benevole'. In Grecia c'era una considerazione radicale dell'eufemismo, basti pensare che l'euphēmía era il silenzio completo imposto durante i riti, per evitare che una parola incongrua potesse comprometterli.
Spostandoci più vicino a noi, possiamo pensare a tutta una serie di parole italiane che sono letteralmente eufemismi, a partire dal fortunale, generoso nome per una terribile tempesta — scelto per ragioni apotropaiche, perché non porti male, così come il nome accomodante doveva evitare gli strali delle Erinni.
Ma abbiamo una galassia di accipicchia, perdindirindina, caspita, cavolo, che coprono ad usum delphini il fortore di espressioni più acri — e probabilmente sono questi gli eufemismi che usiamo di più.
Adesso però fuggiamo dall'enciclopedico e dal definitorio e spostiamoci sul pragmatico, vediamo l'effetto che fa.
Quando ti dico «Il pasto era frugale, per usare un eufemismo», intendo con tutta probabilità che il pasto era miserrimo — ma ho scelto di qualificarlo in maniera più compassata avvertendo al contempo che è una velatura. Quando ti dico che «Ho usato qualche eufemismo per evitare di destare preoccupazioni esagerate», intendo che ho esposto i fatti in maniera più coperta e misurata di quanto avrei francamente fatto, al fine di evitare una certa conseguenza. Quando ti dico che «Il comunicato dell'amministrazione è pieno di eufemismi, dagli esuberi ai contributi», alzo l'allerta sul modo in cui si vogliono dissimulare licenziamenti e balzelli — invito a scoprire in maniera meticolosa la scelta dei termini, e perciò delle intenzioni.
È una parola-chiave che segnala la necessità di una decodifica. In questo senso può essere un po' didascalica: l'espressione «per usare un eufemismo» lo è senz'altro, e non ha la sprezzatura di un eufemismo in atto («Il pasto è stato... — sospiro, occhi in alto — frugale»). Ma in ogni caso indicare l'eufemismo richiede di scendere nelle falde della comunicazione, e dichiara scollamento e analisi dei piani del detto e del voluto.
Certo, abbiamo anche la circonlocuzione, che con più parole tende a fare lo stesso, o l'understatement, che può essere un genere di eufemismo incardinato sulla minimizzazione. Ma l'eufemismo è ampio, e — a dispetto di quel che si potrebbe dire — parla molto chiaro.