Falò
fa-lò
significato
Grande fuoco acceso all’aperto
etimologia
etimo incerto: forse dal greco phanós ‘torcia’, o forse da pháros ‘faro’.
«Quella sera accendemmo un falò, e ci fu una grande festa.»
Parola pubblicata il 01 ottobre 2022
Commenti
Ancora nessun commento. Lascia tu il primo!
Certe parole sono precise in una maniera che sorprende. Che cosa rende un semplice fuoco un falò? Rispondere a questa domanda permette di leggere alcune particolari funzioni sociali che il fuoco ha — anche diversissime fra loro.
Il falò è un fuoco grande e fatto all’aperto. È più transitorio di certi altri fuochi perché ha degli scopi piuttosto precisi, che si consumano in un lasso di tempo relativo. Non è un fuoco disciplinato per riscaldamento e cottura in luoghi stabilmente adibiti: è dominato — non è un incendio libero — ma ne viene garantita una certa forza selvaggia.
Con questa intensità il falò si presta a una dimensione pubblica: è un centro attorno a cui si aggrega una festa, secondo un uso che probabilmente è più antico di qualunque civiltà. Ha avuto una tradizione anche religiosa e di devozione che forse oggi è meno presente ed evidente, ma la sua è una vampa a cui volentieri si chiede di rispecchiare un certo ardore di sentimento. Il falò in spiaggia (severamente vietato, attenzione) non serve a riscaldare o illuminare o cuocere in modo efficiente, quanto a campire una certa atmosfera, a echeggiare allegria.
E sempre in quest’ottica di pubblicità mostra anche la caratteristica di essere molto ben visibile, di notte, e quindi acquisisce anche la funzione di segnale: i falò sono stati a lungo usati per trasmettere messaggi, ordini. Addirittura c’è chi ne fa risalire il nome al greco pháros, cioè ‘faro’.
Ma il falò non è tutto festa e sbrilluccichii nel buio: ha anche un tratto distruttivo. È un mezzo antico ed efficace per consumare qualcosa, e in particolare per farlo in maniera plateale, spettacolare e purificatoria — tanto che è specialmente questo falò ad appiccarsi al nostro immaginario e ad acquisire usi figurati.
Ci sono falò di questo tipo meno carichi di significato, come i falò con cui si smaltiscono sterpaglie e potature, e ci sono falò che restano nella storia, come i falò delle vanità della Firenze di Savonarola, in cui furono bruciati peccaminosi cosmetici, abiti, e un vero tesoro di libri, quadri, statue. Similmente posso fare un falò letterale o metaforico delle vecchie riviste ammassate accanto alla poltrona, o della prima bozza di un romanzo (anche se questo genere di opera si mostra spesso resistente a distruzioni di questo tipo — «I manoscritti non bruciano» dice Woland in un passo splendido de Il Maestro e Margherita di Bulgakov).
C’è un ultimo passo sottile e importante da fare.
Anche nella sua accezione distruttiva, che può essere dolorosa, il falò mantiene un profilo festoso, o almeno non negativo. Ci suonerebbe strano dire che i nazisti fecero un falò dei libri scritti da intellettuali di origine ebraica — sarebbe una dicitura un po’ leggera, e preferiamo usare un termine molto più grave e cupo, rogo. Il falò di libri è quello che fantastichiamo di fare con quelli che ci è toccato studiare per forza e abbiamo odiato a ogni riga — anche se poi non lo facciamo perché possiamo rivenderli. Quella che ci offre il falò è una distruzione che libera, che esorcizza: posso anche fare un falò delle idee che avevo maturato, dei giudizi che avevo formulato.