Mosto
Le parole del vinomó-sto
significato
Succo d’uva che fermentando si trasforma in vino; succo zuccherino che può subire una fermentazione alcolica
etimologia
dal latino (vinum) mustum ‘vino nuovo’, da mustus ‘nuovo, giovane, recente’.
«Dai, non ci vede nessuno, senti com'è buono questo mosto!»
Parola pubblicata il 20 settembre 2024
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Le parole che riguardano pratiche antiche e prodotti di consuetudine remota hanno un carattere duplice ricorrente: da un lato comuni, dall’altro insondabili.
Del nome ‘mosto’, che ci è familiare come succo ottenuto pigiando l’uva, dalla cui fermentazione si ottiene il vino, sappiamo questo: ci arriva dal latino mustum per via popolare. Quindi non è andato perduta col latino, venendo recuperato attraverso i libri in quella lingua da dotti del medioevo; ha vissuto il periodo dalla tarda antichità all’era comunale passando di bocca in bocca, e trasformandosi, fino a emergere nell’italiano scritto.
In latino c’era l’aggettivo mustus, col significato di ‘nuovo, giovane’. Nella veste di sostantivo neutro, e sottintendendo vinum, mustum è il mosto e il vino nuovo, figuratamente anche la vendemmia e il suo periodo — ma anche il succo delle olive, l’olio. Il mustum dicevamo prosegue nel mosto italiano, ma da dove venga musuts è ignoto: ogni tentativo di confronto con altre lingue sembra vano, e insomma pare sia una voce latina del tutto isolata.
Ora, il mosto è una presenza che non ha più quella capillarità che aveva un tempo, nella quotidianità stagionale del tessuto sociale — insomma oggi è difficile che per le vie del borgo, dal ribollir de’ tini (dove il mosto fermenta) vada l’aspro odor de i vini l’anime a rallegrar. In questi casi a uscirne indebolito è l’uso metaforico, che per secoli ha trovato nel mosto un riferimento condiviso e pronto: un fermento che preme e spumeggia promettente. Difficilmente dirò che la novità mi fa sentire un vaso pieno di mosto, o almeno stenterò ad essere capito.
In effetti c’era proprio un modo diverso di concepire il mosto anche come parola: anticamente è stato perfino in grado di conservare l’originaria dimensione latina di aggettivo, col significato di ‘nuovo’, anche se comunque quasi sempre riferito al vino.
Ad ogni modo, il fatto interessante è che il mosto non è sempre e solo mosto d’uva — lo è solo per eccellenza. Il mosto è imperniato sulle qualità del giovane, del recente, ma in italiano sono mosti tutti i succhi zuccherini che possono subire la fermentazione alcolica. Quindi si parla di mosti di mele da cui i sidri, mosti di malto d’orzo da cui le birre, e via dicendo. Eppure, come anticipavo, in latino l’inclinazione alla fermentazione non sembrava concettualmente così determinante e centrale: la novità del succo si attagliava splendidamente a quello d’oliva. (Ma in effetti tutt’oggi, con un uso molto specifico, è detto mosto un olio non filtrato e torbido, con particelle di polpa e nocciolo, considerato di particolare pregio.)
Il lungo commercio con questa roba contribuisce a darle connotazioni contrastanti — ad esempio il mosto può essere in figura vino scadente, in quanto nuovo, fatto di fretta e senza cura — ma le sensazioni che suscita sono quasi univocamente positive: il mosto è vivace, energico, dolce, leggero, e inoltre ha una forte dimensione di festa comunitaria. Senza contare la sua versatilità oltre il vino: in cucina, anche cotto, è alla base di molte preparazioni tradizionali, fra cui, ovviamente... la mostarda.