Autocratico
au-to-crà-ti-co
Significato Proprio di chi detiene un potere assoluto che non risponde ad altri che a sé stesso
Etimologia dal francese autocratique, derivato di autocrate ‘autocrate’; dal greco autokratḗs ‘che ha potere assoluto’, composto di autós ‘sé stesso, in persona’ e krátos ‘forza, potere’.
- «In barba a pesi e contrappesi, il paese era scivolato in una gestione del tutto autocratica.»
Parola pubblicata il 17 Luglio 2026 • di Giorgio Moretti
Probabilmente non intendiamo addentrarci nell'eziologia del potere, nei nostri discorsi comuni, ma le sue catene di causa e di effetto sono considerate in molte parole. Ebbene, di solito ci figuriamo che il potere venga da fuori, da altro da sé: il magistrato antico lo riceveva dal popolo, il funzionario lo riceve da una legge che lo precede e gli sopravvive. In pratica, il potere pare ahilui funestato dalla necessità di dover rendere conto a qualcuno. C'è però una parola per il potere che non riconosce fonti e confronti: pretende di essere fonte di sé stesso, e diciamo pure assoluto, cioè 'sciolto' — della rigogliosa famiglia dei composti con -cratico/-crazia. È autocratico.
Lo dicono gli ingranaggi di greco che lo formano, particolarmente correnti e limpidi: autós, 'sé stesso, in persona', e krátos, 'forza, potere' — lo stesso krátos di democrazia, aristocrazia, burocrazia (ma anche le meno comuni oclocrazia, plutocrazia, epistocrazia e via dicendo). Là il potere appartiene a soggetti articolati: al popolo, ai migliori, agli uffici (e alle masse, e ai ricchi, e ai sapienti). Qui appartiene soltanto a chi lo esercita. L'autocrate è, alla lettera, colui che ha ed esercita il potere da sé: non rende conto, non ammette un piano superiore a cui chiedere permessi e appellarsi, non è ricevuto da soggetti terrestri.
Per secoli (e a pensarci non è strano) il carattere dell'autokratḗs è stato un titolo: d'essere autokrátōr (o Autocrate od omologhi) si sono fregiati da certi strateghi dell'antichità greca fino agli zar russi, passando per la ricca esperienza bizantina.
Oggi è una qualificazione senza maiuscola, e ha guadagnato un'ombra più consistente: autocratico lo applichiamo a un governo, a una riforma, a un capo d'impresa, e anche in questi tempi capita di doverlo tirare fuori spesso — orecchiando notizie da parti del mondo in cui, a prescindere da elezioni e solidi Stati di diritto, ai sommi vertici di questa o quella organizzazione c'è chi decide di fare quel che vuole. E non ci sforzeremo di annoverare nomi, eh, tanto chiunque ha già appiccicato a questo profilo generico una folla di facce papabili.
Certo anche il dispotico avrebbe un importante profilo storico: il despótēs era il padrone di casa e ha ricoperto ruoli di prestigio; dispotico resta chi tratta gli altri come cosa propria — anche se con un tratto spesso bizzoso. Il tirannico aggiunge la crudeltà e il sopruso, il pugno stretto con una grinta così prepotente che chiama rivoluzione. L'assoluto, per quanto per certi versi suoni semplice, unisce la suggestione della completezza a quella (etimologica) di uno sciolto, di un'assenza di vincoli — e alla fine mostra una certa complessità. Il totalitario è un'altra cosa ancora: vuole tutto, entra in ogni fibra dell'esperienza di vita, fino nei pensieri. L'autocratico è per certi versi più lucido: s'impernia sulla sorgente e sull'orizzonte arbitrario del comando senza considerarne esplicitamente ferocia o ampiezza. Cosa che rende l'autocratico tremendamente versatile.
Posso parlare di un regime autocratico (e anzi è piuttosto comune); posso parlare di una gestione autocratica dell'ufficio da parte di una persona qualificata ma non universalmente qualificata; ma posso anche parlare della decisione autocratica del film che vedremo oggi — e se qualcuno non è d'accordo si legga un libro. Il taglio è preciso e delicato: stiamo su chi non risponde a nessuno, paludato o spiccio. Una monade di potere che segue solo sé stessa.