Balordo
ba-lór-do
Significato Tonto; strampalato; stordito; che vale poco, poco chiaro; piccolo delinquente
Etimologia attraverso una voce del latino parlato ricostruita come bislurdus, derivato di lùridus ‘smorto’ col prefisso accrescitivo bis-.
- «Ho avuto un'idea. E guarda che non è la solita idea balorda.»
Parola pubblicata il 24 Aprile 2026 • di Giorgio Moretti
È più difficile ricostruire la storia delle parole che hanno sempre vissuto nella bocca del popolo. Quelle che di famiglia campano dottamente per iscritto si conservano limpide, nelle loro genealogie; di quelle che invece hanno attraversato oralmente la tarda antichità e il medioevo si deve ipotizzare il passato, nella forma e nei significati, fino alla loro emersione nello scritto.
Balordo è una parola intimamente popolare. E sebbene per noi abbia senz'altro qualche suggestione onomatopeica, dobbiamo prendere le mosse dal luridus.
Il nucleo di significati del luridus — che noi subito colleghiamo al lurido, correndo quindi ai significati di 'sporco, sozzo' — afferiscono al livido, al pallido, allo smorto. È un tono crepuscolare, di mezz'ombra che non fa discernere i colori, ma è anche un tono umorale, biliare, che si legge nella sfumatura malsana di un volto.
Con una capriola d'emozione e di malessere, il pallido si fa stordito, sgomento, e così sciocco, tonto — il tutto, accresciuto dal prefisso bis-, mutato in ba-. Molto interessante.
Già perché la balordaggine si coagula proprio come qualità del tonto, di chi è poco assennato, dello stordito. Posso parlare di come la collega valente sia stata sostituita con una collega balorda, e posso raccontare di come mi sono fatto infinocchiare, balordo che non sono altro.
Per bellissima estensione d'inaffidabilità, è balordo anche il poco chiaro, il poco riuscito, ciò che vale poco — pensiamo al progetto balordo in cui mi sono imbarcato, al ginocchio balordo che mi ritrovo, al tempo balordo di questi giorni.
Ancora oltre, come sostantivo, è lo stupido e il piccolo delinquente (o in sospetto d'esser tale) sbandato, e che ha l'aria d'essere stordito moralmente — pensiamo a come evitiamo il drappello di balordi che intravediamo in fondo alla strada, al balordo che semina il caos sul treno.
E veniamo, ora, al difficile.
La sfera semantica del balordo è sovraffollata. Abbiamo vagoni di parole nazionali e locali (più o meno ripetibili) con cui designare lo sciocco, il balzano, lo scadente — e ciascuna ha una sua caratterizzazione inconfondibile, e le collochiamo nei nostri discorsi con la stessa imperscrutabile naturalezza con cui attribuiamo ogni sugo a ciascun formato di pasta.
Il balordo non ci presenta una sciocchezza svampitella o sempliciotta, né folle. Non ha l'estro dello strampalato o del bizzarro, non ha la presenza dello scadente. Il balordo è rintronato, rallentato, come chi ha sentito da vicino lo scoppio di un fulmine o ha un mancamento e così si trascina con lo sguardo pesante; si fa assurdo e bislacco per conseguente inerzia e assenza critica. In questo profilo, è anche poco rassicurante; un balordo quando annotta è probabilmente mezzo ubriaco o ubriaco intero.
Queste tonalità sono rafforzate dal suono, aperto (balo, la bocca aperta è archetipo di stupidità) e però anche mugugnato (rdo, una biascicatura di gola eminentemente balorda).
Dal lurido, una perla unica.