Bottino
bot-tì-no
Significato L’insieme dei beni presi al nemico in guerra o sottratti con un furto; per estensione scherzosa, il frutto di un’attività
Etimologia dal francese butin, dal medio basso tedesco būte ‘spartizione, baratto’; l’omonimo che vale ‘pozzo nero’ è invece derivato di botte.
- «Dopo tre ore di mercatino, il bottino era una zuppiera sbeccata e due bottoni. Vere meraviglie.»
Parola pubblicata il 11 Agosto 2026 • di Giorgio Moretti
Ci sono due bottini molto, molto diversi, forti di desiderabilità, si direbbe, antipodali. Sono due parole non imparentate, beninteso, che solo accidentalmente convergono sulla medesima forma.
Da un lato c'è il bottino dei corsari e dei sacchi col simbolo del dollaro portati a spalla. Dall'altro c'è il bottino alias pozzo nero e suo negletto contenuto, ma anche imboccatura di fogna, e vasca di decantazione delle acque — e che viene, con semplice e poetica ellissi, da botte. Due omonimi che si sono trovati a dividere l'appartamento. Lasciamo il secondo, col suo registro pratico e ruspante, alle sue faccende, e teniamoci il primo, che verte su questioni più sottili.
Il nostro bottino è arrivato dal francese butin, e prima ancora da una parola del medio basso tedesco che significava 'spartizione, baratto'. [Chiarisco: non stiamo parlando di un tedesco bassotto: il basso tedesco è una lingua germanica, oggi minoritaria, parlata al nord, vicino al mare — terre basse — e si contrappone all'alto tedesco che è poi il tedesco tout-court; e la qualificazione di medio ha una dimensione temporale, le lingue ce l'hanno quando sono in una fase fra l'antico e il moderno. Fine spiegone].
Taglio sorprendente: l'origine non ci parla dell'arraffare che sicuramente colleghiamo al bottino. Parla onestamente di dividere. Ma è vero e chiaro: il bottino non è bottino in quanto preda, ma nella prospettiva — più delicata, e spesso più pericolosa — della spartizione. Al cuore di questa parola c'è il mucchio, con intorno il cerchio di persone che se l'è procurato e lo guarda.
Questo spiega molto della specificità del bottino. Evoca una compagnia: la masnada attorno a un tavolo, sacchi rovesciati, monete contate ad alta voce. Ha un'estetica da romanzo d'avventura — anche se ha avuto una concretezza storica non dappoco, per tante generazioni. Ma non solo. Quando vado al mercatino dell'usato da solo, e torno con un bottino di fumetti, perché questo modo di dire funziona? Perché comunque il bottino non ha una dimensione solitaria. Si torna col bottino: questa parola pone una presenza collettiva che lo testimonierà e soppeserà.
Roba che succede solo qui. La preda si divora, si esibisce, ha un tratto rapace. La refurtiva ha delle urgenze criminali — è la res furtiva, la 'cosa di furto'. Il malloppo fotografa l'involto, un fagotto, è molto fisico e spesso buffo (cosa che peraltro riesce a condividere col bottino).
Il trofeo si appende al muro, il tesoro è magniloquente. In nuce, nella noce del suo nome, il bottino dispiega un patto, e adombra direttamente anche beghe e liti.
Di qui, anche per la sua scarsa presenza nella vita quotidiana, è scivolato nello scherzo, e ci sta benissimo. Possiamo parlare del magro bottino di una giornata di pesca, del bottino di caramelle con cui il bambino torna dalla festa, del grasso bottino con cui rientra una delegazione olimpica. Ogni volta resta l'eco di un'impresa di comunità, e quel tanto di sfacciataggine che smorza anche le asprezze del furto.
Non è una parola astrusa, e anzi probabilmente la usiamo con disinvoltura. Ma coglierne l'essenziale prospettiva di spartizione è un'altra cosa.