Contezza
con-téz-za
Significato Cognizione, notizia, conoscenza precisa
Etimologia derivato di cónto ‘noto, conosciuto’, dal latino cògnitus, participio passato di cognòscere ‘conoscere’.
- «Ho contezza della discussione che c'è stata fra loro.»
Parola pubblicata il 28 Gennaio 2026 • di Giorgio Moretti
È una parola che conferisce con facilità un tono elevato alla frase, e lo fa con simpatia. Dopotutto sì, è marcata e rimarcata come parola di registro alto, letterario, e però dai documenti d’identità risulta piuttosto spicciola.
La contezza è la qualità di ciò che è conto; curiosamente l’aggettivo è ben più desueto del sostantivo. Non stiamo parlando di un conto che è computo, ma del conto che è fratello del cògnito — anche qui, il positivo ‘cognito’ è enormemente più desueto del negativo ‘incognito’. Il loro nobile padre è il latino cògnitus, participio passato del verbo cognosco, che forse qualcuno ricognosce. È il conoscere, il cognitus è il conosciuto — e se il dotto cognito è ripreso nel Trecento come prestito dal latino, ancora inamidato, il conto si fa a testa bassa tutto il medioevo di bocca in bocca, dal latino all’italiano. Difatti è un po’ smozzicato.
Questo conto è stato molto importante. È stato il noto, il conosciuto, ma anche il ben studiato, misurato e ponderato, e quindi l’esperto. Non dobbiamo fermarci solo al conto-conosciuto, per comprendere il taglio della contezza. Ad esempio, è un aggettivo che ricorre in due passi memorabili della Commedia: quando nel X dell’Inferno il nobile, titanico Farinata degli Uberti apostrofa Dante, riconoscendolo per fiorentino dall’accento, Virgilio spinge il pellegrino a parlargli — ma pensando bene le parole. «Le tue parole sien conte», si raccomanda. È un personaggio di un certo spessore. E più avanti e in basso, nel tremendo, formidabile XXXIII dell’Inferno, quando il Conte Ugolino racconta di come, già prigioniero coi figli, fa il mal sonno, il sogno che gli rivela il loro futuro di morte, parla della visione di lupo e lupacchiotti braccati dall’arcivescovo Ruggieri, capobattuta che li fa inseguire da gente blasonata e da «cagne magre, studiose e conte» — affamate, bramose ed esperte — che finiranno per sbranarli.
La qualità del conto è il noto, è il pensato, è l’esperto. E la contezza riprende queste sfaccettature. Se ho contezza di ciò che si dice in giro sul tuo conto, non è che io abbia solo traudito qualche informazione episodica: ne ho cognizione piena, consapevolezza. Se il professionista dimostra di non aver contezza degli ultimi approdi della sua professione, non è che dimostri di esserne all’oscuro in maniera assoluta, ma di non averne una ponderata esperienza. Se do contezza al gruppo dell’accaduto, non trasmetto una nota laconica ed ellittica, ma offro gli elementi necessari a una conoscenza precisa. C’è stata in passato, e resta ancora in filigrana, una notevole prossimità con la dimestichezza — un po’ più di un semplice ‘essere al corrente’.
La parente ‘cognizione’ ha un’aura più paludata, seria e intellettuale — perfino con una punta di nozionismo; la ‘notizia’ vola, anche con un po’ di fatuità (peraltro anche questa parente, un po’ più alla lontana: il noto è da notus, che è di noscere, da cui il cognoscere). Ci si avvicina la consapevolezza, che però accede a una dimensione di autocoscienza che si pone a un livello francamente superiore.
Deliziosa, la contezza: aggraziata, luminosa, pulita.