Coscienza
co-scièn-za
Significato Consapevolezza che il soggetto ha di sé e dei propri stati interiori; stato di vigilanza e pieno possesso delle facoltà psichiche, che si può perdere e riacquistare. In senso morale, capacità di discernere il bene dal male nelle proprie azioni e di giudicarle
Etimologia dal latino conscientia, derivato di conscīre ‘essere consapevole’, composto di cum- ‘con, insieme’ e scīre ‘sapere’.
- «Ho deciso di comportarmi secondo coscienza».
Parola pubblicata il 03 Settembre 2026 • di Greta Mazzaggio
Già mentre scrivo le prime battute, so che non sarà facile scrivere di questa parola; potrei iniziare soffermandomi sul fatto che, nel suo cuore, vi è una preposizione che nessuno nota più e che pure contiene tutto il problema. Conscientia si forma su scīre, sapere, preceduto da quel cum: sapere con. Ma con chi?
Il latino non offre una risposta sola. Conscientia può essere il sapere condiviso con altri, l’essere a parte di un fatto, perfino di un misfatto; ma può essere anche ciò che sappiamo intimamente insieme a noi stessi, la consapevolezza delle nostre azioni e del loro valore. Il compagno implicato da quel con- può dunque trovarsi fuori di noi oppure, con uno sdoppiamento assai più interessante, dentro: qualcuno agisce e qualcuno assiste, imputato e testimone nella stessa persona. È già qui, nel latino classico, che si prepara la coscienza morale, quella che Cicerone conosce e tematizza ampiamente come testimone interiore della propria condotta. E non è casuale che, nel lessico che le gravita attorno, compaia il rimorso: dal latino remordēre, propriamente «mordere di nuovo», quasi che la colpa tornasse a conficcare i denti in chi l’ha commessa. Su quella base la tradizione cristiana avrebbe poi costruito tutto il resto, e di lì viene l’intero repertorio delle nostre espressioni metaforiche, che trattano la coscienza quasi fosse un oggetto o un luogo, tanto che la si ha sporca o pulita, se ne porta un peso, ci si mette sopra una mano, e le si obbedisce contro la legge quando si è obiettori di coscienza.
L’italiano fa poi qualcosa che conviene notare, perché non è affatto ovvio: con una parola sola copre due concetti che altre lingue tengono accuratamente distinti. L’inglese possiede conscience, che è la coscienza morale, e consciousness, che è l’essere svegli e senzienti, e non li confonde mai. Le ha del resto acquisite a quattro secoli di distanza: la prima intorno al 1200, dal francese, quando indicava la facoltà di conoscere il bene e il male secondo l’etica cristiana; la seconda soltanto nel Seicento, e fu Locke, nel 1690, a darle il senso filosofico che ancora ha. Noi ci arrangiamo con un solo vocabolo che designa insieme ciò che ci rimprovera dopo un torto e ciò che si perde svenendo.
E a questa ambiguità si presta magnificamente uno dei titoli più belli della nostra letteratura. La coscienza di Zeno può essere letta in entrambi i sensi, giacché il libro è insieme il flusso disordinato dei ricordi che Zeno riversa sul quaderno dell’analista e il tribunale interiore in cui l’ultima sigaretta, il matrimonio e la morte del padre continuano a essere processati senza che una sentenza arrivi mai. I traduttori inglesi non hanno avuto la stessa fortuna e hanno dovuto scegliere: la prima versione ripiegò sulle confessioni (Confessions of Zeno), per poi virare su Zeno’s Conscience.
L’altro versante della parola, quello della coscienza come stato psichico, è diventato nel frattempo terreno della medicina, della psicologia e delle neuroscienze, che hanno dovuto ulteriormente scomporlo: essere vigili, infatti, non equivale necessariamente a essere coscienti, e possedere coscienza non significa che tutto ciò che avviene nella mente ci sia accessibile. Da Locke a Freud fino alle neuroscienze contemporanee, quella che sembrava una presenza trasparente a sé stessa si è rivelata uno dei problemi più refrattari a una definizione univoca.
Quanto ai vicini, il più prossimo è consapevolezza, che con la coscienza ha in comune assai più di quanto sembri, quasi fosse la medesima idea costruita due volte con materiale etimologico diverso. Come osserva Raffaella Setti in una consulenza dell’Accademia della Crusca, dietro coscienza e consapevolezza si incontrano due diverse parole latine del sapere. Scire valeva «conoscere, capire» con l’intelletto, mentre sapĕre, prima di acquistare il significato intellettuale che conosciamo, significava «avere sapore». Dal primo, per via dotta, ci è arrivata coscienza; con il secondo il volgare si è fabbricato in casa il proprio consapevole, passando per l’antico sapevole.
Restano i vicini più lontani: la cognizione, che insiste sul contenuto conosciuto; la conoscenza, che nel senso di lucidità sopravvive quasi solo appoggiata a un verbo, tanto che la si perde e la si riprende ma difficilmente la si possiede; lo scrupolo e la sensibilità, che sfiorano il lato morale senza portarvi l’idea del giudizio. Nessuno di questi, diciamolo, possiede un contrario efficace quanto incoscienza, che conserva intatta la biforcazione della parola positiva: è incosciente chi ha perduto coscienza, ma anche chi agisce con irresponsabile avventatezza.
Forse è proprio questa sovrabbondanza di significati a rendere coscienza una parola tanto difficile da sostituire. Possiamo essere coscienti senza essere coscienziosi, avere piena coscienza di un’azione e pochissima coscienza nel compierla; possiamo perderla per qualche minuto e interrogarla per una vita intera. Sotto tutte queste accezioni continua però a lavorare quel piccolo con- dell’inizio: la coscienza è sempre, in qualche modo, un sapere accompagnato. Talvolta sappiamo insieme agli altri; più spesso siamo noi stessi a farci compagnia, osservatori di ciò che pensiamo, sentiamo e facciamo. E non sempre, come ben sappiamo, siamo la compagnia più accomodante.