Deuteragonista

deu-te-ra-go-nì-sta

Significato Il secondo attore del dramma greco antico; per estensione, il secondo personaggio principale di un racconto, film o dramma

Etimologia voce dotta recuperata dal greco deuteragōnistḗs, composto di déuteros ‘secondo’ e agōnistḗs ‘lottatore, attore’ (da agṓn ‘gara, contesa’).

  • «Nella sua tesi sostiene che il vero deuteragonista del romanzo non è l'amico, ma la città.»

C'è un momento in cui il teatro come lo intendiamo noi sviluppa una messa a fuoco nuova: quando, accanto all'unico attore che dialogava col coro, ne compare un secondo (la tradizione attribuisce la trovata a Eschilo). Due figure, l'una accanto o di fronte all'altra — e con loro, il conflitto. Quel secondo attore ha un nome tecnico dal gran pedigree: è il deuteragonista.

Alla lettera ci si presenta bellicosamente come 'il secondo che combatte'. Così distinguiamo il protagonista, il primo, e dopo di lui il deuteragonista — da déuteros, 'secondo' (lo stesso elemento che fa del Deuteronomio la 'seconda legge' e del deuterio l'idrogeno... numero due — isotopo che con un neutrone in più raddoppia il peso atomico). La seconda metà della parola, agōnistḗs, è il lottatore, il contendente: viene dall'agṓn, la gara, la radice da cui spuntano l'agone stesso, l'agonismo e perfino l'agonia, la lotta delle lotte. D'altro canto ogni storia è un conflitto, e i personaggi e gli attori sono i suoi contendenti, che ci vuol poco a schierare per ordine d'importanza.

Nell'araldica della narrativa, dunque, il deuteragonista è il numero due: il secondo personaggio per peso e rilievo dopo il protagonista (e prima del tritagonista, il terzo, che sarebbe arrivato di lì a poco). Attenzione, però: non è automaticamente il cattivo. Il cattivo, semmai, è l'antagonista, che si definisce per opposizione (etimologicamente lotta contro); il deuteragonista si definisce solo per la sua posizione in classifica. Può dunque essere l'avversario, ma anche l'amico del cuore, il compagno di strada, l'amore della vicenda. È un posto, non un carattere.

Ed è un posto potente. Pensiamo a chi sta al fianco dei grandi protagonisti: Sancho Panza accanto a Don Chisciotte, Hermione Granger accanto a Harry Potter, la mite Melania accanto all'indomabile Rossella di Via col vento. Sono spesso loro a renderci visibile chi sta al centro, fungendo da specchio, da contraddittorio, da testimone — tanto che a volte il deuteragonista si prende la scena, e finisce per stringerci a sé più del protagonista.

È interessante notare il modo in cui 'deuteragonista' si distingue dai titoli che gli stanno vicini. Il coprotagonista e il comprimario segnano un rango alto, da figura pari o quasi (per quanto un prefisso co- lo permetta); la spalla segna piuttosto un tipo, chi esiste in funzione di un altro (il servo arguto che rilancia le battute del padrone, un Leporello); l'antagonista invece dicevamo che segna un ruolo, quello di chi si oppone.

'Deuteragonista' dice solo il posto in classifica, il secondo. Ed è proprio per questo che ognuna di quelle figure può essere il deuteragonista — lo è il coprotagonista che pesa un soffio meno del primo, lo è il comprimario che si prende mezza storia, e lo è l'antagonista quando la storia gli ruota attorno: l'inflessibile Javert, che dà la caccia a Jean Valjean per tutti i Miserabili, è il deuteragonista del romanzo esattamente in quanto suo persecutore. Lo è quanto un Watson, elementare.

E però attenzione, che resta un gran parolone: per quanto il suo significato si faccia annusare, è da spendere con proprietà. Posso parlare del critico che, recensendo il film, nota come il deuteragonista rubi la scena al protagonista; del cronista che individua in un politico il deuteragonista di una vicenda giudiziaria, un passo indietro ma sempre presente; e di chi si sente deuteragonista della propria storia, di fianco, mai al centro.

Al fondo del suo tecnicismo è una parola generosa: il protagonista, da solo, difficilmente fa una storia.

Parola pubblicata il 20 Giugno 2026 • di Giorgio Moretti