Dio
Radici indoeuropee
dí-o
Significato Essere supremo o uno degli esseri supremi oggetto di culto religioso
Etimologia dal latino deus ‘dio’.
- «Ma ciò [il nostro destino] giace sulle ginocchia degli dèi.» (Omero, Iliade XVII, 514)
Parola pubblicata il 21 Febbraio 2026 • di Erica Fratellini e Matteo Macciò
Radici indoeuropee - con Erica Fratellini e Matteo Macciò
Con Erica Fratellini e Matteo Macciò, glottologi e indoeuropeisti, un sabato su due andremo alla scoperta delle radici indoeuropee delle nostre parole — là dove sono nati i miti, le prime tecnologie, i nomi degli animali e delle parti del nostro corpo. Un 'là' che è 'qua', così come la chioma e il ceppo sono nello stesso posto.
In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.
Ringraziamo Riccardo Ginevra per aver rivisto e migliorato il testo che segue.
Dio, una parola che da millenni fa parlare molto di sé e che può aprire le più ampie prospettive di dibattito. Noi oggi, molto più modestamente, ne parleremo da un punto di vista strettamente storico-linguistico (e per lo più in riferimento a culture politeistiche: concedeteci dunque la d- minuscola). Anche così, come vedrete, si aprono prospettive molto ampie: ci scuserete quindi se scriviamo un po’ più del solito, ma, in alcuni casi, solo la linguistica storica, attraverso l’etimologia, può dirci qualcosa, oltre che sulla lingua, sul modo di vivere e di pensare delle culture (prei)storiche.
La parola dio risale, attraverso il latino deus, al protoindoeuropeo *dei̯u̯ó-, un aggettivo in cui riconosciamo la radice *dei̯-, con cui il parlante protoindoeuropeo esprimeva il concetto di ‘luminosità, splendore’, in particolare del cielo diurno. Come facciamo a saperlo?
Innanzi tutto, tra i continuanti di *dei̯u̯ó- troviamo non solo deus e altri sostantivi per ‘dio’, come antico irlandese día (genitivo dé) o antico nordico tívar (plurale; il singolare týr era usato primariamente come nome di un dio della guerra, lo stesso di inglese Tues-day: pensate al nostro Marte-dì), ma anche sanscrito devá-, che è sia il sostantivo ‘dio’ sia l’aggettivo ‘celeste’, e lituano Diẽvas e lettone Dìevs, che prima di passare a indicare il Dio cristiano erano, nel paganesimo baltico ancora vivo nella prima Età moderna, il nome del dio del cielo diurno. Ne deduciamo che già il protoindoeuropeo *dei̯u̯ó- doveva muoversi tra le funzioni di aggettivo e sostantivo e tra i significati di ‘celeste’ e ‘dio’.
La stessa polisemia si dirama in un derivato diretto della radice *dei̯-, il sostantivo *di̯éu̯-, che infatti è proprio la parola su cui è stato a sua volta formato il nostro *dei̯u̯ó-. Continuanti di *di̯éu̯- sono tanto latino diēs (il nostro dì) o antico irlandese día (genitivo día), entrambi ‘giorno’, quanto ittito šiu- ‘dio’ e latino Iovis ‘Giove’ (latino arcaico Diovis) e greco Ζεύς ‘Zeus’, dèi del cielo e re degli dèi, e infine anche sanscrito dyáv-, che assomma in sé i significati di ‘dio del cielo diurno’, ‘cielo’ e ‘giorno’. Anche in questo caso la polisemia doveva essere già protoindoeuropea, e *di̯éu̯- doveva essere il nome del cielo diurno divinizzato.
Se questa coabitazione di significati vi rende ancora un po’ scettici, sappiate che la stessa radice *dei̯- la ritroviamo anche nel nostro giorno, dal latino diurnus: anche in italiano, dunque, dio e giorno hanno la stessa origine preistorica.
Ζεύς e Iovis sono dunque il riflesso di *di̯éu̯-, il cielo diurno divinizzato delle comunità protoindoeuropee. Come si diceva, l’etimologia è talvolta il grimaldello che apre le porte di cui da millenni abbiamo perso la chiave. Se il dato linguistico ci parla di una perfetta continuità, sarà lecito ipotizzare una qualche continuità anche a livello culturale: con la forma linguistica possono venire ereditati anche i contenuti.
In effetti, se ci rivolgiamo ai testi delle letterature indoeuropee antiche, la nostra ipotesi trova conforto: non solo *di̯éu̯- doveva essere il capo del pantheon protoindoeuropeo come, qualche millennio e legge fonetica dopo, risulta esserlo del pantheon greco (Ζεύς) e romano (Iovis), ma, come questi, doveva essere anche venerato come patriarca del cosmo. Ricorre infatti, da lingua a lingua, una formula in cui i vari dèi linguisticamente rappresentati dai continuanti di *di̯éu̯- ricevono l’appellativo di ‘padre’: sanscrito Dyaúṣ pitā́, greco Ζεὺς πατήρ (Zeùs patḗr), latino arcaico Dies pater e, in forma composta, latino classico Iuppiter. In pitā́, πατήρ e pater (-piter nei composti) riconoscerete il nome indoeuropeo del ‘padre’, *ph2tḗr, che ci ha occupati l’ultima volta.
Inseguendo nei testi di varie lingue indoeuropee antiche schemi mitici ricorrenti (i mitologemi), i glottologi specialisti di religione indoeuropea hanno dimostrato che l’espressione ‘dio padre’ non è estemporanea, ma è un vero e proprio pezzo di lingua protoindoeuropea, la formula con cui veniva invocato il Cielo Padre — letteralmente invocato, perché è proprio il vocativo *di̯éu̯ ph́2ter che troviamo spesso cristallizzato nelle lingue storiche: sanscrito Dyaùṣ pítar, greco Ζεῦ πάτερ (Zeû páter), latino Iūpiter, umbro Iupater.
Inseguendo i testi, si arriva sempre molto lontano: se ci concedete un altro po’ del vostro tempo, possiamo fare ancora qualche passo.
Pur nel perpetuarsi della forma linguistica, la caratterizzazione del Cielo Padre protoindoeuropeo non è rimasta identica ovunque. Il Dyauṣ vedico, per esempio, appare come una divinità ancestrale, ma secondaria, negli inni sacri del R̥gveda, il più antico testo della letteratura indiana, dove la primazia spetta ormai al dio guerriero Indra e al dio del fuoco Agni (che abbiamo già incontrato a proposito di igneo).
Proprio per questo, alcuni tratti dell’antico Cielo Padre si conservano in Dyauṣ con maggiore trasparenza che nei suoi “omonimi” Zeus e Giove: per esempio la sua unione con la Terra, nel R̥gveda detta mātā́ ‘madre’. In Grecia, questo tratto è recato non da Zeus, ma da Οὐρανός (Ouranós) ‘Urano’, che con Γαῖα (Gaîa) ‘Gea’ costituisce la coppia di genitori cosmici: non sarà un caso che Οὐρανός e Γαῖα siano letteralmente il ‘Cielo’ e la ‘Terra’. Anche nella mitologia norrena Odino, patriarca cosmico, ha la ‘Terra’, Jǫrð (l’inglese earth), come sua sposa.
Un tratto di *di̯ḗu̯s ph2tḗr che invece si è conservato anche in Zeus è il ruolo di padre dei Gemelli divini. Un po’ ovunque nelle mitologie indoeuropee appare questa coppia di figli del Cielo (o del Sole), variamente associati al cavallo, fratelli (o pretendenti) dell’Aurora o comunque di una figura solare. In Grecia sono Castore e Polluce, detti Dioscuri (Διόσκουροι, Dióskouroi), cioè ‘figli di Zeus’, mentre in India sono gli Aśvin, letteralmente i ‘dotati di cavalli’, invocati come Dívo napātā ‘figli di Dyauṣ’. Anche nel folklore baltico incontriamo ‘i figli del dio Cielo’, Dieva dēli in lettone e Diẽvo sunēliai in lituano, questi ultimi rappresentati anche come Ašvieniai: la somiglianza col sanscrito Aśvín- non è casuale, infatti entrambi i nomi derivano da protoindoeuropeo *h1éḱu̯o- ‘cavallo’ (da cui latino equus e italiano equino). Qualche appassionato di mitologia germanica ricorderà poi i mitici colonizzatori anglosassoni della Gran Bretagna, i fratelli Hengist, letteralmente ‘stallone’, e Horsa, ‘cavallo’ (horse), pronipoti di Woden, l’Odino anglosassone (finito anche lui nel calendario: Wednes-day).
Sono, questi, solo alcuni dei mitologemi che si riflettono e rifrangono tra India, Mediterraneo e Nord Europa, componendo il quadro parziale eppure ricchissimo dell’immaginario mitico protoindoeuropeo.