Graffiti
graf-fì-ti (al singolare graffito, [graf-fì-to])
Significato Incisione eseguita con uno strumento appuntito su superfici di vario tipo (roccia, terracotta, intonaco) ma anche disegni, iscrizioni o pitture murali realizzati con bombolette spray o pittura in spazi pubblici, legati alla cultura urbana e alla street art
Etimologia dal verbo graffiare, derivato di graffio, a sua volta di origine germanica (longobarda *krapfo ‘uncino’).
- «Il treno è pieno di graffiti.»
Parola pubblicata il 31 Agosto 2026 • di Giada Aramu
Italianismi - con Giada Aramu
Molte parole italiane sono state adottate in lingue straniere. Sono gli italianismi, che ci raccontano la peculiare forma del prestigio della lingua italiana (parla un sacco di cucina, ma non solo). Con Giada Aramu, docente di italiano come lingua seconda, un lunedì su due esploreremo questo arcipelago di parole che non sono più soltanto nostre.
Passeggiare in città e imbattersi in una scritta sul muro è un'esperienza quotidiana alla quale quasi non facciamo più caso. Ma al di là del gusto personale, che li si consideri atti vandalici o vere opere d'arte, per tutti, in Italia come all’estero, questi segni hanno un solo nome: graffiti.
Anche se le prime tracce risalgono alle incisioni rupestri, il termine graffito venne usato formalmente solo nel Rinascimento per indicare una tecnica artistica ben precisa attraverso la quale si sovrapponevano strati di intonaco colorati e si incideva la superficie per lasciar affiorare la tinta sottostante: un effetto meraviglioso, ad esempio visibile ancora oggi nei decori di Palazzo Spinelli a Firenze. Dopo l’arte rinascimentale, bisognerà aspettare gli scavi di Pompei ed Ercolano, tra il Settecento e l'Ottocento, affinché la parola graffiti torni in circolazione (soprattutto al plurale) per catalogare scritte e incisioni di epoca romana. Sarà anche un volano per l'uso internazionale.
Nel Novecento il termine graffiti cambierà nuovamente volto, così come il muro cittadino che diventerà il megafono del dissenso politico e sociale. Tra le numerose testimonianze, è impossibile non citare il celebre graffito «Kilroy was here», tracciato dai soldati americani durante la Seconda Guerra Mondiale, e i messaggi di pace e libertà incisi sul Muro di Berlino e visibili ancora oggi alla East Side Gallery.
La fine dei conflitti e dei tumulti sociali non fermeranno la parola graffiti. Negli anni '80 la stampa americana inizierà a usarla per raccontare l'esplosione di colori che invade i quartieri popolari e i vagoni della metropolitana di New York. A tracciare quei segni non sono più gli scalpelli, ma i tratti proibiti delle bombolette spray dei writers, gli stessi artisti di strada che avrebbero poi influenzato Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e Banksy.
E mentre l’arte e la politica riforgiavano il termine, la lingua non è certo rimasta a guardare! Negli Stati Uniti la parola ha subito una vera metamorfosi diventando un sostantivo collettivo e persino un verbo (to graffiti). Lo spagnolo ne ha adattato la grafia in grafiti (creando il verbo grafitear), il francese ha adottato l'invariabile un graffiti insieme alla forma graphe, mentre il tedesco ha preferito mantenere una netta distinzione tra das Graffito (per i reperti storici) e il collettivo die Graffiti (per la street art), quasi a voler tracciare una distinzione storica e artistica, oltre che semantica. E in italiano? Nella nostra lingua la parola ha fatto il percorso inverso conservando la distinzione tra singolare e plurale (il graffito, i graffiti) e generando neologismi come graffitismo, graffitista e il verbo graffitare.
Dalle prime forme di arte primitiva a quella più contemporanea, il graffito è una parola che non ha mai smesso di cambiare volto: partita dalla pietra antica, è tornata a noi carica di nuova vita per ricordarci che la lingua, proprio come i muri delle nostre città, è una superficie viva su cui continuiamo a lasciare la nostra impronta.