Insulto

in-sùl-to

Significato Offesa verbale o comportamentale rivolta a qualcuno con l’intento di sminuirlo, umiliarlo o provocarlo; atto linguistico aggressivo che mira a colpire l’identità, il valore o la posizione sociale dell’altro

Etimologia voce dotta recuperata dal latino insultus, participio passato di insilìre ‘saltare contro, assalire’, derivato di salìre ‘saltare’, con prefisso in-. .

  • «Ha reagito con un insulto quando ha capito di essere stato messo in discussione.»

‘Insulto’ è una parola che affiora spesso sulla nostra bocca, che consideriamo spesso e che proprio per questo tende a non farsi notare. E invece c’è da parlarne eccome!
Diciamo «mi sento insultato» quando qualcuno ci offende, parliamo di «un insulto all’intelligenza» quando qualcosa ci pare oltraggioso per la sua stupidità, definiamo ‘insultante’ un’offerta economica assai bassa, e quotidianamente leggiamo degli insulti scambiati online, non privi di conseguenze. La parola copre, dunque, un territorio vasto: dall’offesa personale diretta (‘idiota!’, ‘cretino!’) fino all’affronto simbolico (anche solo un danno considerato con particolare sussiego, pensiamo alla statua lasciata agli insulti delle intemperie), passando per le forme più sottili di disprezzo. Curiosamente resta propriamente anche un colpo, per come è inteso in ambito medico (pensiamo all’insulto apoplettico).

L’etimologia ci regala un’immagine potente: insilīre in latino significa letteralmente ‘saltare contro qualcuno’, ‘assalire’. È un verbo di movimento, di violenza fisica. E in effetti l’insulto mantiene questa natura di aggressione, di vilipendio: ti salta addosso, ti colpisce, ti ferisce. Solo che invece di usare il corpo in uno scontro, il più delle volte usa gesti o parole. Non a caso, l’insulto si declina in mille modi che mantengono questa immagine dinamica. Possiamo lanciare insulti, scagliarli, perfino vomitarli: diventano proiettili, qualcosa che parte da noi e colpisce un altro. Possiamo anche sentirci insultati senza che nessuno ci abbia detto nulla di esplicito: un’offerta di lavoro troppo bassa è un insulto, un regalo fuori luogo può risultare insultante, un comportamento irrispettoso diventa un insulto verso chi è venuto prima di noi.

Ma che cosa rende davvero un gesto o una parola un insulto? Non è soltanto il contenuto, è l’intenzione. L’insulto mette sempre in scena almeno due ruoli: chi insulta e chi viene insultato. A volte se ne aggiunge un terzo, il pubblico. E non è raro che i ruoli si sovrappongano: quante volte ci auto-insultiamo, dandoci dell’imbecille per una scelta sbagliata o una figuraccia evitabile? Quando però l’insulto entra nello spazio pubblico, le sue funzioni si moltiplicano. Ogni lingua possiede un arsenale sorprendentemente ampio di parole e formule per colpire verbalmente. Nel Grande dizionario italiano dell’uso, una delle opere lessicografiche più imponenti, si contano oltre duemila vocaboli dispregiativi o insultanti. Un numero che dice molto di quanto questa pratica sia radicata.

Gli insulti hanno, tra le altre cose, una grammatica curiosa. Spesso sono brevi, buoni da lanciare come pietre: ‘cretino’, ‘stronzo’, ‘idiota’. Altre volte diventano elaborati, creativi, quasi barocchi. Shakespeare era un maestro dell’insulto ornamentale: Thou crusty batch of nature (‘piaga incrostata della natura’), oppure More of your conversation would infect my brain (‘ascoltarti ancora mi infetterebbe il cervello’). La lingua italiana non è da meno: spazia dalle parolacce classiche agli insulti dialettali, dalle offese alla famiglia alle bestemmie, fino agli epiteti denigratori, che non sono necessariamente volgari ma colpiscono per il loro legame con l’odio e la discriminazione di gruppi specifici. Interessante è anche il fatto che gli insulti cambiano nel tempo e nello spazio. Quello che oggi è offensivo poteva non esserlo ieri, e viceversa. ‘Villano’ una volta era un insulto pesante (indicava chi era di bassa estrazione sociale); oggi è piuttosto desueto. Alcuni insulti perdono forza con l’uso (‘imbecille’ è smussato, quasi affettuoso), altri la mantengono intatta.

Dal punto di vista evolutivo – ed è qui che la cosa si fa davvero interessante – l’insulto è probabilmente una delle invenzioni più brillanti della nostra specie. Sembra strano dirlo, ma l’insulto ci ha letteralmente salvato la vita. Pensateci: prima del linguaggio, come si risolvevano i conflitti tra primati? Con la violenza fisica. Azzuffate, morsi, ferite, a volte morte. Con l’evoluzione del linguaggio, gli esseri umani hanno scoperto un’alternativa molto più economica: combattere con le parole. L’insulto è essenzialmente un’aggressione ritualizzata. Non a caso esistono forme ritualizzate di scambio di insulti in molte culture: le ‘dozens’ afroamericane (gare di insulti, spesso alle madri degli avversari), le ‘tenzoni’ nostrane e le ‘flyting’ scandinave medievali (duelli verbali poetici), le moderne ‘roast battle’. In questi contesti l’insulto perde la carica aggressiva reale e diventa una vera e propria performance, una esibizione di creatività verbale.

C’è poi il paradosso dell’insulto affettuoso. Tra amici stretti, ‘cretino’ può essere una carezza, arrivando addirittura a creare coesione sociale. Come è possibile? Perché il contesto ribalta il significato: insultarsi scherzosamente (ricordiamo il disfemismo) diventa un modo per dimostrare la solidità del legame. Pensiamo anche all’infanzia, quando gli appellativi offensivi assumono una funzione definita allocutiva, ovvero indicano distanza o lontananza sociale dai coetanei, inseriscono o estromettono dal gruppo. Da adulti, questo meccanismo si raffina e gli epiteti denigratori possono tramutarsi in un congegno retorico di costruzione dell’identità collettiva, alimentando la polarizzazione tra gruppi, la scissione tra il noi e il loro, tra diversi colori della pelle o tra individui di diversa provenienza geografica o sociale.

In fondo, l’insulto è uno strumento, pericoloso, certo, spesso dannoso. Ma anche profondamente umano, parte del nostro arsenale evolutivo per gestire i conflitti sociali senza ammazzarci a vicenda. Capirlo non lo rende meno spiacevole quando lo subiamo, ma forse aiuta a vederlo per quello che è: una pratica antica, pervasiva, potentissima, che dice molto più di noi di quanto siamo disposti ad ammettere.

Parola pubblicata il 26 Febbraio 2026 • di Greta Mazzaggio