Invers
Dialetti e lingue d'Italia
in-vèrs
Significato Varietà: piemontese — lato esposto a nord, a bacìo
Etimologia dal latino inversu(m) ‘invertito, voltato dall’altra parte, rovesciato’.
- «Sula colin-a i l’hai piantà ij ninsolé a l'invers» ('sulla collina ho piantato i noccioli sul lato a bacìo', frase in piemontese)
Parola pubblicata il 02 Novembre 2026 • di Carlo Zoli
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.
Nelle Langhe, quando si parla di una vigna, la prima domanda riguarda l’esposizione, prima ancora del vitigno. Il versante buono è il sorì, rivolto a sud, dove la neve si scioglie per prima, il Nebbiolo matura fino in fondo e gli acini sono più zuccherini. Il nome è finito sulle etichette dei cru più celebrati. Il versante opposto è l’invers: lì l’uva fa fatica, e si ripiega o su un vitigno più precoce, o sul nocciolo, quando non bosco. Per una collina del basso Piemonte la differenza tra sorì e invers si misura in gradi alcolici e in prezzo a bottiglia. Conta, ma tutto sommato è un dettaglio: si sceglie un’altra coltura ma si vive lo stesso.
Basta risalire verso le Alpi perché la stessa parola cambi peso. Nelle grandi valli orientate da ovest a est, dove una sponda guarda il sole per tutto il giorno e l’altra lo vede appena, specie d'inverno, l’esposizione non decide tanto la qualità di un vino ma la stessa possibilità d'insediamento. Sul versante buono (‘diritto’, come a dire ‘giusto’, che in quelle valli è il lato nord, ovvero quello che guarda a sud) si semina, si coltiva, si costruiscono le borgate. Su quello in ombra ('rovescio', 'girato dall'altra parte') l’inverno dura settimane in più, la neve resiste fino a primavera inoltrata e le case si fanno rade, magari di uso solo estivo, e questo è tanto più vero quanto più una valle è incassata; certe meires sul lato destro della Val Maira, se poste vicino al fondovalle, sono famose per non vedere sorgere il sole magari per 20 giorni consecutivi intorno a Natale.
La Valle d’Aosta è un esempio netto: nel tratto centrale, dove la Dora Baltea corre all’incirca da ovest a est, il francoprovenzale distingue l’adret dall’envers. Le due parole sono così legate alla geografia da essere diventate, per antonomasia, i nomi delle due sponde: adret è la sinistra orografica, envers la destra. Sull’adret stanno i vigneti in quota (oggi i produttori si chiamano 'vignaioli eroici'), i villaggi permanenti più alti, i campi strappati al pendio. In Val Chisone un comune, Inverso Pinasca, porta ancora questa posizione scritta nel nome ufficiale.
Nelle valli occitane la coppia di parole cambia forma. Il versante soleggiato è l’adrech (ancora, lett. "l'a-dritto"), ma quello in ombra non si chiama più ‘rovescio’: si chiama ubac. Qui la lingua non oppone più diritto e rovescio, ma luce e ombra. Ubac risale al latino opacus, ‘ombroso, oscuro’, da cui anche l’italiano opaco.
La stessa base latina, con un altro suffisso, sopravvive anche in una parola italiana che forse non tutti conoscono: bacìo, da *opacivus, con la caduta della vocale iniziale. Il terreno a bacìo è quello volto a tramontana, dove il sole non batte, e fa coppia con solatìo, costruito con lo stesso suffisso su sole. L’italiano e l’occitano hanno insomma tenuto la stessa immagine, l’ombra, dove il piemontese e il francoprovenzale hanno preferito 'diritto' e 'rovescio'.
Dove l’esposizione decideva la sopravvivenza, decideva anche l’identità. Essere ‘dell’ubac’ voleva dire appartenere a una comunità a sé, con le sue borgate, le sue famiglie e le sue feste. In Val Varaita questa identità ha un nome: la Bahìo dë l’Ubac dë Fráise. Fráise è il nome occitano di Frassino, e il suo ubac è il vallone di San Maurizio, un tempo fittamente abitato grazie all’apertura verso la pianura. La sua festa tradizionale (baìo) è la più piccola della valle, una festa di fine inverno con maschere e recitazione solo mimata. Sfilano il vecchio e la vecchia, l’arlecchino, gli sposi, il medico, il re e la regina, e mancano i capi militari che caratterizzano quella, più nota, di Sampeyre.
Che questa festa di fine inverno sia rinata proprio sull’ubac non è un caso. Dove l’inverno dura di più, il ritorno della luce non è una metafora: è un fatto che si misura sui muri delle case, il giorno in cui il sole torna a toccarli. Dal sorì delle Langhe all’ubac di Frassino, la stessa domanda (da che parte guarda il pendio?) una volta era questione di vita, oggi di prezzo di una bottiglia di Barolo.