Laico

lài-co

Significato Che non fa parte del clero; che non è professionista del diritto; profano; non inquadrato, libero; civile, secolare

Etimologia voce dotta recuperata dal latino ecclesiastico làicus, dal greco laïkós ‘popolare, civile’, che nel greco ecclesiastico prende il senso di ‘secolare’, derivato di laós ‘popolo’.

  • «È riuscito a portare una parola laica in un confronto fra ideologie.»

È una parola enormemente complessa, però è comune, e trapunta il discorso pubblico.
Nasce in maniera piana (e piuttosto misteriosa) col greco laós, che è la collettività del popolo — ma finisce per indicare, fra l’altro, a volo d’uccello, chi non fa parte di una gerarchia ecclesiastica, chi è ignorante, chi non è professionista del diritto, chi non appartiene a una cerchia prestigiosa, il civile, chi è libero e chi crede nei valori temporali di matrice culturale e politica. L’unico modo per venire a capo della congerie di Stato laico, stato laico (!), membri laici, pensiero laico e via lungamente dicendo, è partire dall’inizio.

Il laico è dapprima la persona battezzata che non fa parte dell’ordinamento ecclesiastico (magari anche afferente a congregazioni, ma senza essere sacerdote). Un genere di popolano che si contrappone quindi al chierico, con una prima interessante estensione di significato: chi è chierico ha studiato ed è dotto, chi è laico non ha studiato ed è essenzialmente una capra.
Però sono significati oggi desueti; piuttosto, è ancora molto vivace l’estensione dal mondo ecclesiastico a quello del diritto. Si dicono laiche le persone che non sono professioniste della legge — e quindi parliamo dei giudici laici della Corte d’Assise, dei membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura. Qui il laico si contrappone al togato, ed è pronto a spiccare il volo verso l’astrazione. Il laico è in genere il profano: in altri termini, chi non appartiene a una cerchia speciale e prestigiosa, di società o di sapere (potremmo qui contrapporlo magari al curiale). Posso raccontare di aver assistito da laico alla riunione di un celebre circolo artistico, di aver mosso una curiosità laica rispetto a un sapere ostico, posso parlare di come il club abbia ricevuto con ospitalità, per la serata, anche persone laiche.

Ma questo significa che il laico è anche non inquadrato, e quindi può arrivare al franco e al libero da rigidità gerarchiche o ideologiche (quest’uso, diciamolo, è particolarmente elegante). Posso intervenire nella dura contrapposizione con un’osservazione laica, possiamo ripercorrere l’opera di una pensatrice laica, possiamo muovere una critica laica verso l’opera tanto celebrata.
Uno splendido rovescio della medaglia, che dà grande profondità al concetto. Ma non è tutto — anzi forse questa è la parte più in salita.

Il laico è civile. Nasce contrapposto al religioso, lo abbiamo detto: un popolare diffuso, che è esterno alla gerarchia. Non nemico: semplicemente non ci è dentro. Il tessuto della sua società e della sua libertà, convinta della dignità, dell’autonomia e dell’autodeterminazione dei suoi valori secolari è il laico che qualifica istituzioni, approcci, modi di pensare, quando intendono prescindere da ogni altro ordine, da ogni altra gerarchia e da ogni sistema di valori esterno — gradito o no.
Si può parlare di come una legge intervenga in maniera laica su una questione moralmente delicata; della soluzione laica a un conflitto che sembrava inevitabile; della difesa di un’analisi laica di un fenomeno sofferto e diffuso.

Ecco com’è che una parola sola riesce ad articolare questa vastità di concetto: motivo di irrisione ed esclusione, motivo di libertà e civiltà, termine fondamentale del vivere comune.

Parola pubblicata il 03 Marzo 2026 • di Giorgio Moretti