Messaggio
mes-sàg-gio
Significato Comunicazione, notizia o informazione trasmessa da una persona a un’altra; contenuto di senso veicolato attraverso parole, gesti, immagini o altri mezzi espressivi
Etimologia dal francese message, provenzale mesatge, derivato del francese antico meis, che è il latino mĭssus ‘messo, inviato’.
- «Ti ho lasciato un messaggio in segreteria, richiamami quando puoi»
Parola pubblicata il 19 Febbraio 2026 • di Greta Mazzaggio
Messaggio è una di quelle parole che usiamo decine di volte al giorno senza accorgercene e, perciò, sembra banale. «Ti mando un messaggio», «hai ricevuto il mio messaggio?», «ho svariati messaggi non letti», “«il messaggio del film era chiaro». La usiamo per gli SMS (Short Message Service, che in italiano significa ‘Servizio di Messaggi Brevi’), per WhatsApp, per le email, per i vocali (che tecnicamente sono messaggi audio, anche se nessuno li chiama così). La usiamo anche in senso più ampio: ‘il messaggio politico’, ‘il messaggio pubblicitario’, ‘il messaggio subliminale’, ‘questo gesto manda un messaggio forte’, ‘ti ho lasciato un messaggio scritto su un bigliettino in cucina’. È ovunque, è diventata quasi trasparente.
L’etimologia ci porta al latino mittĕre, che significa semplicemente ‘mandare, inviare’. Il messaggio è letteralmente qualcosa che viene mandato da qualcuno a qualcun altro. E questa idea del movimento, del trasferimento, è ancora viva nella parola: il messaggio viaggia, arriva, parte, viene consegnato o notificato. Non a caso dalla stessa radice vengono parole come missione (qualcosa o qualcuno mandato con uno scopo), emissario (chi viene mandato), missile (oggetto mandato/lanciato) e persino, sorprendentemente, messa (da missa, participio di mittĕre) perché alla fine del rito latino si diceva «Ite, missa est», andate, è stata mandata/compiuta.
Per molto tempo il messaggio aveva bisogno di un messaggero: qualcuno doveva fisicamente portarlo da un luogo all’altro, prima oralmente, poi in forma scritta, e tali messaggeri correvano, cavalcavano, attraversavano territori ostili per recapitare una notizia. Ogni messaggio era fragile, poteva non arrivare perché intercettato, o andare perduto, ed è proprio per questo che assumeva gran valore. Così insieme al messaggio arrivava l’attesa: giorni, settimane, a volte mesi prima di una risposta.
Nell’Ottocento il telegrafo ha stravolto tutto. Improvvisamente i messaggi viaggiavano quasi alla velocità della luce, ma a caro prezzo, portando alla venuta dei messaggi telegrafici, secchi, ridotti all’osso, dove ogni parola costava. TUTTO BENE STOP ARRIVO DOMANI STOP. Da qui il senso moderno di telegrafico: breve ed essenziale, conciso, senza troppi fronzoli. Poi arriva il telefono e il messaggio diventa voce in tempo reale, anche se continuiamo a chiamare messaggi quelli lasciati in segreteria. Infine esplode il digitale: SMS (il primo nel 1992), email, chat, WhatsApp, Telegram. Il messaggio si moltiplica, si frammenta, si infiltra ovunque e, forse, si banalizza. Prima doveva stare entro un numero preciso di caratteri; oggi lo mandiamo senza pensarci, spesso senza nemmeno sapere perché, a volte con più persone in contemporanea che lo leggono e che possono rispondere, con una sequela di ulteriori messaggi (pensiamo alle famigerate chat di gruppo!).
Se questa trasformazione ha cambiato anche il significato della parola, rendendola sinonimo di immediatezza e informalità, il messaggio ha mantenuto al contempo anche il suo significato più profondo, quello di comunicazione significativa, di contenuto che vuole trasmettere qualcosa di importante. ‘Il messaggio di questo libro’, ‘il messaggio del Papa’, ‘mandare un messaggio forte e chiaro’. Qui il messaggio non è il medium ma il contenuto, è il nocciolo di senso di ciò che si vuole far arrivare.
Dal punto di vista semiotico, ricordiamolo, il messaggio è l’unità base della comunicazione. Ogni volta che comunichiamo, costruiamo e trasmettiamo messaggi. Un messaggio ha sempre un mittente, un destinatario, un contenuto, un codice, un canale attraverso cui viaggia. Ma ha anche un contesto che ne determina il significato. Questa struttura, apparentemente semplice, diventa particolarmente complessa nell’era digitale, perché il messaggio è diventato il fulcro della nostra epoca. La comunicazione si è fatta più rapida e continua, rendendoci sempre connessi, sempre raggiungibili.
Ed è proprio qui che emerge una riflessione. Dovremmo ogni tanto fermarci a pensare: quanti dei nostri messaggi sono davvero messaggi? Quanti hanno qualcosa da dire? E quanti sono solo rumore? Umberto Eco insisteva molto su questo punto: accelerare il messaggio non significa renderlo più chiaro. Al contrario, la velocità può renderlo più impulsivo e reattivo, meno filtrato. Il messaggio digitale, che consente risposta immediata e diffusione potenzialmente illimitata, spesso non lascia spazio alla distanza necessaria per interpretare. È un messaggio che arriva prima che siamo pronti a riceverlo, e che possiamo rilanciare prima di averlo davvero pensato. Forse è per questo che il messaggio resta una parola così centrale. Perché racconta, meglio di molte altre, la condizione comunicativa in cui viviamo: sempre intenti a mandare qualcosa, sempre incerti su ciò che davvero arriva all’altro capo.