Pitocco
pi-tòc-co
Significato Mendicante, accattone; per estensione persona taccagna e avara; come aggettivo, misero, gretto
Etimologia di etimologia incerta e discussa: secondo alcuni da ricondurre al greco ptōchós ‘povero, mendicante’, ma con buone ragioni è anche considerata voce romanza dalla base pit(t)- ‘piccolo’, col suffisso alterativo -òcco, parallela a bizzocco ‘bacchettone’; di qui il passaggio da ‘bigotto’ a ‘questuante’ e infine a ‘mendicante’.
- «Smettila di fare il pitocco e lascia una mancia decente, che non siamo mica al verde.»
Parola pubblicata il 23 Giugno 2026 • di Giorgio Moretti
Considerando un pitocco ci viene alla mente un taccagno coi granchi nelle tasche. Più difficilmente, chi tende la mano agli angoli delle strade. Ma alle origini, con ogni probabilità, avremmo immaginato tutt'altro: un finto devoto, un vagabondo travestito da religioso allo scopo di spillare l'elemosina. Il pitocco, prima che mendicante, è stato un bigotto professionista.
Verrebbe da cercarne la radice nel greco — il ptōchós, 'povero, mendicante', che suona così vicino. È un'ipotesi seducente, riportata su molti dizionari, ma può essere una falsa pista. Più di recente il pitocco si riconduce a una piccola famiglia tutta nostrana, costruita sulla base pit- di 'piccolo' (la stessa, in fondo, del francese petit): di lì, col suo bravo suffisso, nasce gemello del bizzocco, cioè del 'bacchettone'. La parola comincia a circolare verso la fine del Quattrocento, e già il secolo dopo ha messo su famiglia, con pitoccare e pitoccheria.
Si capisce allora il percorso, sociologicamente e storicamente interessante. Dal questuante finto al questuante vero il passo è breve, in un mondo in cui chiedere l'elemosina e ostentare devozione erano spesso lo stesso mestiere; e dal questuante al mendicante vero e proprio il passo è più breve ancora. Resta, sul fondo, quel sospetto: nel pitocco c'è sempre l'ombra di chi recita la propria miseria, di chi della povertà ha fatto una posa. E la parola fiorisce proprio nella letteratura del Cinque e Seicento, in quel teatro di furfanti e di finte miserie che divertiva e insieme inquietava.
Forse per questo ha trovato una seconda vita, meravigliosamente speculare: pitocco è anche (e oggi soprattutto) il taccagno, l'avaro — non chi non ha, ma chi non dà. «Fare il pitocco», allora, è tirare sul centesimo, lesinare, comportarsi da spilorcio pur avendo tutti i mezzi. La parola si è fatta perfino aggettivo: una sistemazione pitocca, una mancia pitocca sono quelle misere, tirate, da quattro soldi.
Il campo di chi tende la mano è affollato di gente e di impressioni, e ognuno dei suoi nomi vi occupa un posto diverso. Il mendicante porta nel nome la menda, il difetto, la menomazione: ha l'aura più pietosa, ci muove a compassione. L'accattone è marcato di spregio — accatta, cioè chiede con un'insistenza servile che infastidisce. Il questuante, all'opposto, conserva una dignità quasi istituzionale: è il frate che raccoglie la questua, la richiesta ordinata e protocollare. In mezzo a loro il pitocco è il più popolare e il più sprezzante, e si porta dietro quel suo doppio fondo — l'ombra della finzione da un lato, l'avarizia dall'altro. Una coniugazione sottile, che mostra una grande intelligenza delle cose.
Posso ancora parlare del pitocco che chiede l'elemosina sul sagrato; del parente pitocco che al ristorante si eclissa per un'interminabile telefonata quando viene chiesto il conto; dell'allestimento pitocco di una festa che si annunciava sfarzosa; e di chi, ricco sfondato, continua a vestire e vivere da pitocco — non per umile frugalità, ma per non separarsi da un soldo.
Curioso destino, per un nome che a furia di chiedere ha finito per imparare anche a non dare.