Pivello

pi-vèl-lo

Significato Chi è alle prime armi in un’attività, il principiante non ancora esperto del mestiere che esercita; più genericamente, ragazzo inesperto. In origine, e ancora oggi per estensione ironica, giovincello pretenzioso e vanesio, ricercato nel vestire

Etimologia derivato dell’antico pivo ‘ragazzo’, variante settentrionale con lenizione di pipo, denominazione infantile dell’organo genitale maschile.

  • «Nonostante fossi in azienda da un anno, continuavo a sentirmi un pivello.»

È una parola che diciamo senza pensarci, con quel tono fra il bonario e il canzonatorio che si riserva ai ragazzi, e che invece, se la si apre, contiene qualcosa che oggi non ci sogneremmo di dire a voce alta. Pivello deriva dall’antico pivo, attestato fin dal Quattrocento col significato di ‘ragazzo’ e, più specificamente, di ‘giovane effeminato’. A sua volta, pivo è ricondotto da autorevoli dizionari a piva, antico nome dialettale del membro virile. Il suffisso diminutivo -ello completa l’opera: dietro l’inesperto si profila, insomma, qualcosa di molto simile a un “pisellino”.

La cosa più interessante non è però la singola parola, bensì la compagnia in cui è stata collocata. Alcuni etimologi, a partire da una base pipo, nome infantile del pene, le hanno accostato il romanesco pischello, il toscano pippolo, pispolo e perfino il fiorentino bischero, che ha poi preso la strada dello sciocco. L’albero genealogico è suggestivo, ma tutt’altro che pacifico: pischello potrebbe essere nato dall’incrocio fra pivello e pisciare; per bischero l’etimo resta incerto; e anche gli altri rapporti di parentela sono discussi. Meglio parlare, allora, di una costellazione di voci popolari nelle quali i nomi del ragazzino e quelli dei genitali tendono a incontrarsi. Sul versante femminile accade qualcosa di analogo, con esiti anche più crudi che qui non staremo a elencare.

Ed ecco il punto che a me pare più notevole. Nessuno, oggi, sente niente di tutto questo. Dire «è ancora un pivello» non suscita in nessun parlante il minimo imbarazzo, e la stessa frase pronunciata davanti ai bambini non farebbe alzare un sopracciglio. È un caso da manuale di quello che i linguisti chiamano sbiancamento semantico o, meglio, opacizzazione etimologica: il contenuto originario della parola si è consumato fino a sparire, e ciò che resta è un significato nuovo e perfettamente rispettabile, appoggiato su una forma che del suo passato non conserva traccia percepibile. Le parole tabù, insomma, possono diventare innocue; e il modo più sicuro per riuscirci è che nessuno ne ricordi più l’origine.

Il percorso del significato, poi, è meno lineare di quanto si creda. La Treccani annota che pivello era in origine termine settentrionale per indicare non l’inesperto ma il ragazzo pretenzioso e ricercato nel vestire — il bulletto azzimato, insomma —, e che si è diffuso nel resto d’Italia attraverso il gergo militare e quello degli uffici, assumendo per strada il valore attuale. Di quel passaggio restano due tracce: la sfumatura ironica che ancora si sente in certi usi, dove il pivello è il giovanotto che si dà arie; e la vita gergale della parola, che all’Accademia navale di Livorno designa l’allievo del primo anno. Pasolini, nei Ragazzi di vita, la usa già nel senso che conosciamo.

C’è infine un capitolo che questa parola ha scritto lontano da casa. Il settentrionale pivello, probabilmente attraverso il genovese pivetto, diminutivo di quel pivo che a Genova compare già nel Seicento col valore di ragazzo, è salito sulle navi degli emigranti e si è installato nel lunfardo, il gergo di Buenos Aires. Lì è diventato pibe, attestato per iscritto fin dagli anni Novanta dell’Ottocento e da allora inevitabile in ogni sainete, in ogni tango, in ogni poesia popolare: è il nome con cui un intero continente ha chiamato Diego Armando Maradona, el Pibe de Oro. Sull'origine, però, gli studiosi si dividono. José Gobello, fondatore dell'Academia Porteña del Lunfardo, segue la via italiana e arriva a piva, nome dialettale del membro virile. Joan Corominas e Charles Kany (due tra i più importanti filologi e linguisti del Novecentodedicatisi allo studio della lingua spagnola) propendono invece per il catalano pebet, l’incenso, che per antifrasi eufemistica avrebbe designato ciò che odora male, e di lì il bambino. Non so dire chi abbia ragione; trovo però notevole che entrambe le ipotesi facciano del ragazzino il risultato di un eufemismo imbarazzato.

E c’è un dettaglio che vale più dell’etimologia. Perché la stessa parola, nelle due lingue, ha preso due strade affettive opposte. In italiano il pivello è rimasto con un alone di sufficienza: lo si dice di qualcun altro, quasi mai di qualcuno che si ami. In Argentina, invece, pibe è diventata forse la voce più cordiale e affettuosa di tutto il parlare di Buenos Aires, tanto carica di affetto da uscire dal proprio significato e farsi segno di amicizia, di tenerezza, perfino di una certa complicità.

Quanto ai vicini nazionali, vale la pena notare da dove vengono, perché l’italiano, per dire che qualcuno non sa ancora fare una cosa, saccheggia principalmente tre immaginari. C’è l’infanzia, ed ecco il lattante e il poppante, che sono insulti costruiti sull’allattamento; c’è la caserma, con la recluta; c’è il convento, con il novizio. E poi c’è lo sbarbatello, che torna al corpo come il nostro pivello, ma all’altro capo: non più il sesso, bensì la barba che non c’è. Sono immagini diverse per dire la stessa cosa: l’esperienza viene pensata come una forma di crescita, e chi non l’ha ancora acquistata è ricondotto simbolicamente all’età giovane. In fondo, chiamare qualcuno pivello significa proprio questo: ricordargli, con un sorriso più o meno benevolo, che ha ancora tempo per diventare grande.

Parola pubblicata il 08 Ottobre 2026 • di Greta Mazzaggio