Sgabuzzino
sga - buz - zì - no
Significato Ripostiglio, luogo stretto e angusto, spesso buio
Etimologia composto da buzzo, derivato da bugio, ovvero ‘vuoto’, con prefisso ca- da cata- e s- intensiva.
- «Metti tutto in sgabuzzino, ci penseremo dopo.»
Parola pubblicata il 26 Luglio 2026 • di Maria Costanza Boldrini
Povero sgabuzzino! Ci ficchiamo dentro le cose brutte, di servizio, di raro uso, gli strumenti delle pulizie, le scatole di lampadine, i pezzi di ricambio casalinghi, la piccola cassetta degli attrezzi, lo riempiamo di carabattole che vogliamo nascondere agli ospiti, ma guai a non averlo! La casa sarebbe monca, priva di un dito della mano dominante.
È una parola quotidiana ma dal suono estremamente articolato e complesso. Non riflette quella comodità che è propria segnatamente del linguaggio, quell’economia che è la legge più importante e definitiva dell’evoluzione linguistica. No, lo sgabuzzino richiede lavoro di lingua, labbra e alveoli dentali, mica poco! Si apre con una s il cui sibilo viene interrotto bruscamente dal suono gutturale ma aperto della -ga-, poi si richiude subito sulla vocale u e si spezzetta con la doppia z, suono sordo a malapena addolcito dalla desinenza tipica di un diminutivo.
Ammazza, che lavoro, ‘sta parola. La sua composizione ne svela un’etimologia interessante. Il cuore è nel ‘buzzino’, appunto un diminutivo di buzzo (parola che, in vari dialetti marchigiani, sta per ‘pattumiera’), evoluzione di bugio, cioè vuoto. C’è una parentela lontana col bugigattolo, qui, altro budello angusto e buio da far venire l’angoscia al più ascetico degli eremiti. Al ‘buzzino’ di cui sopra si aggiungono due suffissi: il primo è cata-, ma nella sua forma più essenziale, ovvero -ca-. Cata- è un precipitato puro di greco antico, indica sempre ciò che sta giù, sotto, in basso (catabasi, catacombe, catastematico, catodo… tutti parenti, tutti giù in cantina). Lo precede la s- intensiva, che proprio ci dice che quel bugio se ne sta nel punto più basso dei bassi.
C'è anche un'altra campana, riguardo l'etimologia, che suona in terre più settentrionali. Non è certo, l'ipotesi risulta fumosa, ma qualche accademico ha avanzato l'idea di una discendenza dal neerlandese kabuis, ovvero la cambusa della nave, un luogo scuro, piccolo, stretto, dove riporre tutte le preziose vivande che costituiscono il vitto della ciurma. Proprio da kabuis deriva appunto la parola italiana cambusa, questo è certo, ma per quanto riguarda sgabuzzino, ogni certezza resta avvolta dalle supposizioni come nei banchi di nebbia del Mare del Nord.
Quali sinonimi può avere, una parola così umile ma complessa, così utile e quotidiana ma anche un po’ inquietante, nel suo significato letterale? Ripostiglio, dove si ripongono tutte le cose che abbiamo elencato, ma è azzimato, da sala da tè, da vestito della domenica. C’è lo stanzino, che è ancora più delicato, quasi di porcellana, e forse detesta i depositi di polvere che restano sul fondo delle scope, l’odore dello straccio imbevuto di benzina che abbiamo usato per smacchiare qualcosa, la spazzola antipelucchi tutta appiccicosa che giace sulla scatola di scarpe in cui teniamo il lucido per i mocassini… c’è, come avevamo detto, bugigattolo, ma si compiace della sua angustia, della sua ristrettezza, si focalizza sulle dimensioni tralasciando forse altre qualità.
No, lo sgabuzzino brilla di luce propria, si crogiola nell’articolazione complessa delle sue sillabe e, dall’alto delle sue umilissime origini, ci osserva annaspare tra armadietti e scaffalini rimediati qua e là quando l’architetto non aveva voglia di inserirlo nella planimetria dell’appartamento. Non m’hai voluto? Son troppo misero e plebeo? E ora dove li ficchi il mocio e l’aspirapolvere? Ha!