Tovaglia
to-và-glia
Significato Telo che si stende sulla tavola per apparecchiare la mensa; anche il panno bianco che si stende sull’altare. Regionalmente, al Sud, panno da bagno per asciugarsi: asciugamano, telo
Etimologia prestito germanico giunto per tramite del francese antico touaille, dal francone *þwahlja ‘asciugamano’, derivato di dwahal ‘bagno, bucato’.
- «Per onorare gli ospiti, mise la tovaglia buona, quella ricamata dalla nonna.»
Parola pubblicata il 24 Settembre 2026 • di Greta Mazzaggio
Qualche tempo fa ero a Messina, ospite di un’amica mezza veneta e mezza siciliana, quando mi sono accorta che fra noi esisteva un’insospettabile divergenza lessicale. «Prendo una tovaglia», mi disse prima di andare al mare, afferrando quello che io avrei chiamato senza esitazione un telo mare. La faccenda si è fatta più interessante quando ho scoperto che le tovaglie erano anche quelle appese in bagno, con cui ci si asciugava dopo la doccia. Per me, veneta purosangue, la tovaglia aveva un destino assai più circoscritto: starsene composta sopra un tavolo.
Sulle prime sorrisi del regionalismo, figurandomi apparecchiature balneari alquanto improbabili. Poi sono andata a curiosare nella storia della parola (deformazione professionale!), e la prospettiva si è rovesciata: tovaglia nel senso di «asciugamano» è sì un uso regionale, ben attestato soprattutto nel Meridione, ma proprio l’asciugamano, che a me pareva l’intruso, ci riporta vicino alle origini della parola.
Tovaglia, infatti, è una voce germanica. La sua storia ci conduce attraverso l’antico francese touaille fino a un francone ricostruito *þwahlja, che indicava un panno usato per asciugarsi e apparteneva a una famiglia lessicale legata al bagno, al lavaggio, al bucato. All’origine, dunque, troviamo l’acqua e un pezzo di stoffa. Una parentela ancora perfettamente riconoscibile sopravvive nell’inglese towel, «asciugamano»; lo spagnolo toalla, giunto attraverso l’area galloromanza, ha conservato anch’esso proprio questo significato. L’italiano, invece, ha assegnato alla sua tovaglia un mestiere diverso.
E glielo ha assegnato assai presto. Già sul finire del XII secolo incontriamo una toaia, e nelle attestazioni medievali la parola si stabilizza precocemente nel territorio della mensa. Il passaggio dall’asciugare al coprire, del resto, doveva risultare assai meno sorprendente in epoche nelle quali il corredo domestico non conosceva la rigida divisione dei compiti a cui siamo abituati. La voce Biancheria dell’Enciclopedia Italiana Treccani ricorda che nella Roma imperiale sulle mense comparivano i mantilia, tovaglie che in origine erano asciugamani, mentre i convitati disponevano delle mappae, panni individuali che potevano portare con sé. Tavola e toeletta, evidentemente, condividevano parecchio più tessuto di quanto ne facciano oggi.
E continuarono a condividerlo lungamente. La stessa fonte racconta che nel Medioevo le tovaglie erano tanto ampie da scendere fino a terra, anche perché i commensali potessero servirsene comodamente per pulire mani e bocca; ancora nelle raffigurazioni del Cinque e Seicento compaiono tovaglie lunghissime adoperate per asciugarsi durante il pasto. Col tempo, quelle mansioni si sono separate e oggi nessuno, almeno nelle migliori intenzioni, si pulisce più la bocca nel lembo della tovaglia. Per quello abbiamo il tovagliolo, diminutivo antichissimo che ha preso per sé proprio una parte delle funzioni un tempo assolte dal panno maggiore.
Anche i vicini mostrano quanto si sia specializzata la parola. Il telo dice anzitutto forma e dimensioni e, proprio perché semanticamente più libero, ha bisogno di precisazioni: telo da mare, da bagno, copridivano. L’asciugamano non lascia invece alcun dubbio sulla funzione, portandola scritta addosso. Drappo è più solenne, buono per cerimonie, addobbi e bandiere; copritavolo copre sì il tavolo, ma può farlo ogni giorno e senza alcuna intenzione conviviale.
Rimane poi la tovaglia d’altare, una transizione liturgica che, a ben vedere, non richiede salti mortali di fantasia, con l’altare che, nella sua conformazione originaria e nella teologia della celebrazione, non è che una mensa. In questa veste si affianca da sempre, negli armadi delle sacrestie e negli inventari ecclesiastici, a un ben preciso corredo di tessuti sacri: paliotti, amitti, corporali e manutergi.
A questo punto possiamo tornare a Messina. Sarebbe irresistibile tirare una linea dritta dal francone *þwahlja alla spiaggia siciliana e concludere che lì il significato originario non si sia mai perduto; purtroppo, per farlo, dovremmo poter documentare una continuità storica che al momento non mi risulta ci sia. Significa però qualcosa di forse ancora più interessante, ovvero che le lingue possono ereditare la stessa parola e ritagliarne diversamente i confini, lasciando vivere in un luogo possibilità che altrove sono state abbandonate.
Così la tovaglia della mia amica ha smesso di sembrarmi tanto strana. Quella parola aveva cominciato la sua storia accanto all’acqua, asciugando corpi bagnati, ha passato otto secoli stesa sui tavoli e, in Sicilia, semplicemente non se n’è mai andata dalla riva.