Voluttà
vo-lut-tà
Significato Godimento intenso, piacere sensuale
Etimologia dal latino voluptas, a sua volta dall’aggettivo neutro volup, dal verbo velle, volere.
- «Ha esaminato la rilegatura dei libri con voluttà.»
Parola pubblicata il 08 Febbraio 2026 • di Maria Costanza Boldrini
Il pittore Henri Matisse, conosciuto come la colonna portante del movimento pittorico dei Fauves, trascorse l’estate del 1904 a Saint Tropez, presso La Hune, la villa che l’amico e collega artista Paul Signac, padre, con Seurat, del neoimpressionismo, aveva comperato anni prima quando, folgorato dalla bellezza dei luoghi, aveva deciso che in quel villaggetto di pescatori provenzali avrebbe trovato per sempre ispirazione. Uno dei frutti più succosi ed eclatanti di quell’estate fu il dipinto, a metà strada tra il fauvismo e il neoimpressionismo, intitolato Lusso calma e voluttà.
È un quadro che unisce due grandi temi della pittura ottocentesca francese: le bagnanti e la colazione sull’erba, in un tripudio di colori che esaltano un edonismo esotico. Questo quadro fu intitolato così prendendo in prestito un verso dalla poesia Invito al viaggio contenuta nella raccolta I fiori del male di Charles Baudelaire, pubblicata nel 1857.
Voluttà è una parola di bellezza conturbante già nel suono: inizia col morso al labbro della ‘v’, segue nella setosità della ‘l’, si sospende nell’occlusiva ‘t’, e infine, con la sillaba tonica, lascia il respiro aperto, sollevato. Deriva dal latino voluptas, a sua volta dall’aggettivo neutro volup, dal verbo velle, volere. Come voluptas, così anche voluntas viene da questo bacino etimologico, ma se la seconda ha veicolato un significato di disciplina e metodo con un che di militaresco o di ginnico (non parliamo di forza di volontà?) la prima ha preso le sembianze fornitegli dalla radice velle, riempiendole di un significato più prossimo a quello del cupere, ovvero desiderare.
La voluttà è il volere del corpo, il piacere del corpo, il volere il piacere del corpo, nell’accezione più sensuale, anche se spesso si considera limitata a quella sessuale. Contiene quello che noi siamo soliti definire desiderio carnale, ma è più un’espressione da libretto delle istruzioni, da resoconto giuridico di atti innominabili. La voluttà non si limita a questo.
Il nostro amico vagheggia con voluttà le forme abbondanti della bella ragazza incontrata sulla spiaggia e non ci ascolta quando parliamo, ripensiamo con piacere voluttuoso alla giornata in barca trascorsa in sacrosanta solitudine, tra acque cristalline, spuntini luculliani e pisolini epici; ci abbandoniamo alla voluttà che ci procura il massaggio ai piedi nel nuovo centro estetico che ha aperto da poco.
Se poi volessimo ancora di più, da questa parola, potremmo sganciarla dalla sfera del mero piacere fisico: la voluttà sta anche in certe disposizioni dell’animo, e la sua sensualità trascende i sensi. C’è la voluttà perversa di chi si crogiola nell’autocommiserazione, il voluttuoso tornare ancora e ancora su un momento di trionfale vendetta anelata per anni, la voluttà di chi sente riconosciuti i propri sforzi e si abbandona con dolcezza al ricordo delle parole d’elogio che gli sono state tributate davanti a tutti.
Una parola così potentemente fisica (a differenza di quel che capita al collega ‘voluttuario’) può anche attagliarsi anche alle emozioni e ai moti dell’animo, specie quando questi hanno una forza tale da farsi carne e respiro, o parole in versi, o colori su di una tela.