Vuccaricca

Dialetti e lingue d'Italia

vuc-ca-rìc-ca

Significato Varietà: calabrese cosentino — Come epiteto, pignolo incontentabile

Etimologia composto dal latino bŭcca (letteralmente ‘guancia’, poi ‘bocca’) e dal germanico rihhi ‘potente, ricco’.

  • «Oi vuccarì' statti mutu!» 'oh, pignolo incontentabile, vuoi star un po' zitto?' var. calabrese (cosentino)

Ai convegni di sintassi teorica dei dialetti italiani, ovviamente solo se si è appassionati del genere, si impara molto, ma anche ci si diverte assai. Nell'ultimo, avvenuto a Nizza qualche giorno fa, ci sono stati due interventi di cui ho pensato di dovervi ragguagliare. Il primo, fatto da Franck Floricic, linguista della Sorbona di Parigi, sulla sintassi (invero assai complessa) e sulla semantica di che cavolo (e forme meno eufemistiche), un cavolo (idem), un tubo. Sembrerebbe tutto banale: un c. vuol dire 'niente, per niente'. E invece, col cavolo che le cose stanno così, sono infinitamente più complicate: ad esempio un cavolo tollera la sostituzione con un tubo, ma col cavolo non tollera quella con col tubo. Ma non divaghiamo perché noi parliamo di dialetti, non d'italiano standard. Passiamo ai bahuvrihi in cosentino.

Le parole composte sono un oggetto molto complicato, in ogni lingua: limitandoci a quelle con la struttura nome + aggettivo, vediamo che ce ne sono di due tipi: quelli detti "endocentrici" e quelli detti "esocentrici": i primi sono del tipo cassaforte, che è una 'cassa', o del tipo camposanto che è per l'appunto un 'campo'; invece un collotorto non è un 'collo', ma uno 'il cui collo è storto', cioè 'un bigotto'; e Barbablù e Barbarossa sono soprannomi di gente 'la cui barba è blu' o 'rossa', non tipi di barba. Ecco, queste di secondo tipo, non frequentissime in italiano (ma tanto frequenti in sanscrito quanto difficili da tradurre), ma molto usate al sud per rivolgersi all'interlocutore, sono dette bahuvrihi, parola di cui UPAG ha trattato approfonditamente; categoria alla quale appartiene la nostra parola di oggi. Però il motivo per cui vuccaricca significhi 'pignolo' è misterioso; potremmo arguire che una bocca ricca ha da ridire in abbondanza, ma non siamo sul sicuro.

In cosentino, e probabilmente in altri dialetti meridionali, si distinguono due modi di rivolgersi all'interlocutore. Per chiamarlo (una prima volta, prima di iniziare una conversazione) si usa il troncamento del nome o del titolo, in un modo ben conosciuto: oi Michè', oi Carmè', oi Prufessù', oi Marcodalpó ('Marco Dal Pozzo'). E sono possibili anche forme monosillabiche: oi Cì' (Ciccio), ma addirittura di una sola lettera, oi À' (Anna), oi È' (Enzo). Invece, quando la conversazione è già in corso, si parla di "allocuzioni" (inglese addresses), e le regole sintattiche cambiano, per quanto possa sembrare incredibile. E cioè, si devono fare anche qui i troncamenti, ma solo se questi dànno luogo a forme plurisillabiche. Se si creano forme monosillabiche, bisogna premettere il dimostrativo quiru (etimologicamente 'quello', anche se la persona è davanti a noi, altro fatto non facile da spiegare: una situazione simile a quella che in italiano si ha quando diciamo «ho mangiato tanta di quella torta»... senza riferirsi affatto a proprio "quella" torta).

Per cui, quando si ha già l'interlocutore davanti, si possono usare i nostri bahuvrihi "da soli" solo se sono abbastanza lunghi: oi vuccarì' (da vuccaricca) 'o pignolo (che sei)', ma non, per esempio o ciù' (da ciùatu 'stupido'): se troncandoli diventano monosillabici bisogna premettere quiru, e dire ad esempio chiru ciùatu 'o scemo (che sei)' (letteralmente 'o quello scemo'). Tutto questo è stato studiato da Adam Ledgeway, linguista teorico prima ordinario a Cambridge, ora a Bergamo (che potete sentire qui) e parlante perfetto di molti dialetti italiani meridionali, tra cui il calabrese. Altri bahuvrihi cosentini con cui Ledgeway ha deliziato la platea sono caputosta 'testa dura' (si noti la desinenza femminile nonostante la terminazione in -u) o vuccaranni 'boccagrande, chiacchierone'.

Ebbene, un'altra volta ci troviamo davanti il fatto che i dialetti italiani, da soli, contengono (quasi) l'intera variazione possibile nelle lingue del mondo. Ancora Ledgeway: «I dialetti italiani costituiscono un laboratorio formidabile per il linguista: la loro straordinaria variazione e micro-variazione sul territorio è tale che, studiandoli, si ha la sensazione di poter trovare quasi tutte le strutture e i fenomeni linguistici presenti nel resto del mondo, comprese caratteristiche tipologiche che un tempo si ritenevano esclusive di lingue esotiche o lontanissime».

Parola pubblicata il 05 Ottobre 2026 • di Carlo Zoli

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.